Responsabilità Medica: intervista all’Avv. Giuseppe Brandi.

Responsabilità Medica: intervista all’Avv. Giuseppe Brandi.

Responsabilità medica Napoli – L’avvocato Giuseppe Brandi di S.Maria C.V. ci spiega il delicato articolo 3 della Legge Balduzzi.

Questo ha dato un importante segnale, in quanto il legislatore si è fatto carico in concreto del
problema dell’incremento esponenziale e preoccupante del contenzioso giudiziario relativo alla responsabilità medica,
attraverso soluzioni certamente opinabili ma sicuramente dettagliate e sostanziali.
Da molti anni si discute della necessità di una disciplinare, in quanto la tutela
del
paziente danneggiato ha dato vita alla reazione difensiva della
classe medica che assume scelte e azioni motivate non esclusivamente
nell’interesse del paziente, in passato ritenuto invece valore imprescindibile e
incondizionato.
Si è verificato, quindi, il fenomeno dei “trattamenti medici non indispensabili” con
ovvio risultato dell’aumento dei costi per il servizio sanitario e conseguenti ricadute
sulla tenuta economica del sistema.
Ma cosa cambia?
Innanzitutto, da ora in poi, il paziente deve provare l’errore del medico!
Con
sentenza del 17 luglio 2014, infatti, il Tribunale di Milano si discosta dal
tradizionale orientamento giurisprudenziale che qualifica in termini di
responsabilità contrattuale, anche in assenza di contratto con il paziente, la
responsabilità del medico dipendente dell’ente ospedaliero. Con questa
sentenza si apre, dunque, una nuova “area di studi” per la difesa del medico.
Nell’art.3 comma 1 della Legge Balduzzi, il Parlamento Italiano, in sede di
conversione del decreto e per perseguire le suddette finalità, ha voluto
indubbiamente limitare la responsabilità degli esercenti una professione
sanitaria e alleggerire la loro posizione processuale, introducendo anche un
criterio limitativo dell’entità del danno biologico risarcibile in tali casi al
danneggiato.
Sembra dunque corretto interpretare la norma, nel senso che, il legislatore ha
inteso fornire all’interprete una precisa indicazione: al di fuori dei casi in cui il
paziente sia legato al professionista da un rapporto contrattuale, il criterio
attributivo della responsabilità civile al medico (e agli altri esercenti una
professione sanitaria) va individuato in quello della responsabilità da fatto
illecito ex art. 2043 c.c., con tutto ciò che ne consegue sia in tema di riparto
dell’onere della prova, sia di termine di prescrizione quinquennale del diritto al
risarcimento del danno.
Si introduce qui l’ulteriore limitazione nell’ambito della colpa grave, entro la
quale si vuole contenere la responsabilità penale qualora siano state rispettate
quelle indicazioni accreditate dalla comunità scientifica.

Avv. Giuseppe Brandi

Si tratta di una sostanziale esenzione dalla responsabilità penale (definita talora come depenalizzazione) nel caso di
comportamenti conformi alle linee guida e alle buone pratiche cliniche che, sul versante della responsabilità civile, se non
esonera, tuttavia comporta una riduzione, pur genericamente indicata, del danno risarcibile, nei termini quindi riferibili agli
artt. 1226 e 2056 del codice civile.

Possiamo perciò sintetizzare che:
1) è ritenuto ammissibile l’istituto della colpa grave come criterio riduttivo della responsabilità penale in precedenza
avversato dalla prevalente giurisprudenza, anche di legittimità;
2) è avvalorato quell’indirizzo giurisprudenziale più benevolo verso il medico, pur minoritario, che riteneva anche in questo
versante applicabile il criterio civilistico dell’articolo 2236 (cod. civ.) contraddetto da una prevalente giurisprudenza che ne
escludeva l’estensione sul solo presupposto dell’inammissibilità della colpa grave in penale;
3) è introdotto un ulteriore criterio di riduzione della responsabilità penale per colpa grave, più oggettivabile, riferito alle linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. comunità scientifica.
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